di Massimo Franchi
Ennesimo colpo di mano del governo sul maestro unico. Non è bastato il decreto, né la minaccia della fiducia pur di esautorare il Parlamento e le relative proteste. C'è altro e ancora più grave: le due ore in più che i maestri delle scuole primarie (dalle 22 attuali alle 24) saranno costretti a pagarle attingendo agli stessi fondi di istituto.
Alla faccia dell'autonomia scolastica, ogni singola scuola dovrà accollarsi anche finanziariamente la scelta del governo di ridurre a uno i maestri per classe. saranno costretti per di più a tagliare altre attività che al momento facevano parte dell'offerta formativa di ogni scuola, come corsi di recupero, attività extracurricolari, eccetera.
Il tutto è contenuto in un emendamento presentato dal relatore della conversione del decreto legge Gelmini. Di chi si tratta? Ma di Valentina Aprea, ex vice della Moratti ai tempi dello smantellamento della scuola pubblica nel precedente governo Berlusconi.
La furbata della Aprea è dovuta alla richiesta di copertura finanziaria della commissione Bilancio. Nonostante gli 7 miliardi di tagli che il maestro unico produrrà, l'aumento delle ore lavorative da 22 a 24 non aveva copertura. Tremonti non voleva problemi e allora si è arrivati alla brillante conclusione: i costi aggiuntivi (ancora non stimati) saranno a carico dei "fondi di istituto" come prevede l'emendamento 2-ter della Aprea.
I tagli della Gelmini e di Tremonti previsti nella manovra infatti non si possono toccare. Il governo pensa di ottenere dei risparmi ma solo dal 2010, mentre il maestro unico entrerà in vigore dal 1 settembre 2009.
La questione riguarda anche il contratto di lavoro dei maestri, visto che le due ore in più sarebbero a tutti gli effetti "straordinario". Un costo ancora più alto per il governo che infatti corre ai ripari e prevede di definire «con apposita sequenza contrattuale il trattamento economico rispetto all'orario d'obbligo di insegnamento stabilito dalle vigenti disposizioni contrattuali», come previsto nell'emendamento 2-bis. Ciò significa che andrà riscritto il contratto di lavoro e andrà fatto tramite trattativa con i sindacati e l'Aran, l'agenzia che si occupa dei contratti degli statali.
Immediata la denuncia del Pd. «Siamo alla farsa - spiega Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Cultura - è un modo del tutto inconsueto di finanziare un provvedimento governativo, e non si capisce per quale ragione debbano essere le scuole, che sono con l'acqua alla gola, a pagare le scelte populiste di questo governo. Alla faccia dell'autonomia scolastica!». «Ancora una volta - conclude - abbiamo la dimostrazione che mentre il governo continua a dichiararsi a parole federalista le sue scelte politiche sono sempre più centralistiche e penalizzanti per l'offerta formativa».
Tra tante note scure, c'è almeno una positiva: le modifiche previste anche un recupero di fondi per l'edilizia scolastica e l'inserimento in graduatoria dei precari delle siss «a pettine e non più in fondo alla lista come avevamo proposto noi con un nostro emendamento», chiude Coscia.
Il decreto Gelmini verrà votato dalla aula di Montecitorio la prossima settimana, a partire da lunedì. Lo ha stabilito la riunione dei capigruppo. Venerdì invece ci sarà la discussione sugli emendamenti.
Il governo per ora non ha posto la fiducia sul provvedimento; l'auspicio di Elio Vito, ministro dei rapporti per il Parlamento, è che non sia necessario un voto di fiducia. Ma il sottosegretario Giuseppe Pizza (quello dello scudo crociato della Democrazia Cristiana) dice: «Non posso escludere che si ricorra alla fiducia sul dl Gelmini, ma l'ultima parola spetta al Cdm. Il ministro dell'istruzione, comunque, non ha ancora deciso in proposito».
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