E’ difficile condensare in poche parole chiare la complessità e le sfumature
di un argomento che ha tante facce, che è cangiante a seconda del lato da cui
lo guardi.
Magari ti fermi su un dettaglio che al microscopio sembra enorme e
perdi di vista un intero panorama che ha un senso completamente opposto.
Lo sforzo di cercare parole semplici per diradare la nebbia attraverso cui uno
spettatore medio vede la scuola, rischia di farti cadere nella banalizzazione,
negli slogan a effetto, che non sono mai del tutto veri.
Tutti ormai siamo abituati al mordi e fuggi, possiamo ingurgitare solo piccoli bocconi di corsa,
così finiamo per propinare anche agli altri pillole di verità completamente
vuote, e rimbalzarci a vicenda l’accusa di dire bugie.
Da una parte: “le bugie
della Gelmini” ….dall’altra: “le bugie della sinistra”. Vorrei vedere qualcuno
che non metta al centro il bambino, che non sottolinei il valore del servizio
pubblico, che non abbia a cuore la qualità della scuola. E chi sta a sentire
sente solo gli stessi slogan e rimane nella stessa nebbia. Dice: le parole sono
ambigue, fidati dei numeri. Sì, vatti a fidare dei numeri: ognuno ha le sue
statistiche, i suoi dati da sventolare, ormai l’intreccio e la complessità
delle variabili è tale che a seconda dei criteri che scegli di illuminare puoi
dimostrare tutto o il contrario di tutto. Neanche le fotografie sono obiettive
perché riflettono sempre il punto di vista dell’autore, figurati se non puoi
dimostrare, a seconda di quali dati usi, vizi o virtù, sprechi o risparmi di
chicchessia. C’è gente che lo fa per mestiere di dimostrare, dati alla mano,
questo o quello. Discutere di cose reali, difficili e complicate, merita più
attenzione che non i 2 minuti di pubblicità fra un reality e l’altro, le
dimostrazioni vogliono i loro tempi esigono un linguaggio preciso, non le righe
contate di un quotidiano o le parole comuni di un saluto per strada. E se da
un lato non si può parlare dei “problemi della scuola” come se le
caratteristiche e le problematiche dei quattro ordini di scuola e dell’
Università fossero gli stessi, perché invece sono profondamente diversi, dall’
altro lato non si può neanche parlare del microsistema “problemi della scuola”
come se questo fosse totalmente avulso dai macrosistemi della società, dell’
economia, della politica ecc. perché invece sono profondamente e
indissolubilmente intrecciati. Per orientarsi nella complessità bisognerebbe
scendere continuamente dal generale al particolare e risalire dal particolare
al generale. Una spirale logaritmica troppo complicata per un articolo di
giornale. Inoltre della scuola, come del calcio, tutti si ritengono esperti,
avendola comunque frequentata per un bel numero di anni, ma, a differenza del
calcio, i discorsi sulla scuola sono irrimediabilmente noiosi da morire e se
non ci sei proprio tirato per i capelli cerchi di girare al largo.
Con queste premesse sappiate che anche io userò slogan che non sono del tutto
veri, agiterò numeri che potrebbero essere contraddetti, sparerò giudizi
assolutamente soggettivi. La distanza che divide me dal mio Ministro è la
stessa che passa tra me e Picasso. Se io rappresento un paesaggio con degli
scarabocchi è perché non possiedo né la competenza, né gli strumenti, né la
genialità per rappresentarla in altro modo. Se gli scarabocchi li disegna
Picasso, che saprebbe utilizzare mirabilmente tecniche molto più descrittive e
realistiche, significa un’altra cosa, significa che lui sceglie, che vuole
comunicare, vuol far percepire agli altri un’essenza diversa dalla mera
apparenza superficiale. Bella presunzione: io voglio farvi credere che i miei
scarabocchi sulla scuola siano diversi da quelli del mio Ministro. Voglio farvi
credere che la mia competenza di dirigente scolastico di scuola elementare sia
maggiore, in questo settore, di quella del responsabile in capo della filiera.
Bè, a sentire le sue ultime esternazioni non ci vuole un grande sforzo, e non
solo perché abbiamo un avvocato a fare il Ministro della scuola, (cerchiamo di
non essere fanatici, abbiamo avuto Fioroni, un medico, che non ha fatto grossi
danni ) ma perché sembrerebbe che l’abbiano scelta proprio perché incompetente,
indifferente, se non proprio ostile, alla scuola pubblica. Risuonano ancora
nelle orecchie le sue parole: “il modulo è morto e sepolto… perché pagare tre
docenti per fare il lavoro di una” (sic!) che oltre ad essere una falsità è
stata una calunnia lanciata sui media appositamente per screditare la scuola
primaria. Insomma un accanimento tale nelle interviste e negli interventi
pubblici come se la scuola elementare avesse fallito miseramente il suo compito
istituzionale, avesse screditato l’Italia nelle ribalte internazionali, invece
di essere ai primi posti nel mondo. Ma guardiamola in un altro modo: Si è
rivelata la persona giusta al posto giusto? Certamente sì se l’obiettivo era
semplicemente quello di fare cassa sulla scuola. Si sa, tutti gli organismi e
i sistemi tendono a conservarsi ed ad espandersi, non sono capaci di auto
limitarsi, si moltiplicano per partenogenesi, è innaturale chiedere loro di
privarsi di un pezzo di sè, di auto amputarsi. C’è bisogno di un agente
esterno, indipendente dagli interessi in gioco, per poter compiere le potature
giuste. Quello che non si è considerato è che ci si deve rivolgere comunque ad
uno specialista, ad un operatore particolarmente competente ed esperto nel
settore che si sta trattando. Anche e soprattutto per fare i tagli bisogna
conoscere profondamente la fisiologia e la patologia dell’organismo che abbiamo
di fronte, si tratta di operazioni di precisione che non possono essere
lasciate ad un avvocato, per quanto rampante e competente nel suo mestiere. Qui
sembra di vedere quel dietologo che aveva come obiettivo quello di far
dimagrire il cliente di 95 chili almeno di 20 chili. Altro che diete rigorose,
altro che difficili e dolorose rinunce, gli taglia una gamba ed ha raggiunto
il suo obiettivo. Dice, ma non si regge in piedi ! come farà a camminare ?
Camminare ? Non era mica questo l’obiettivo. Le statistiche dicono che il peso
giusto è 75 chili. Le ricerche cliniche confermano che il peso forma per quell’
individuo è 75 chili. E’ un postulato scientifico confermato da tutte le
sperimentazioni. Se non ci credete guardate le tabelle internazionali, vi dico
che in tutti i paesi del mondo il benessere è collegato con questo obiettivo.
E ancora una volta, grazie a noi, L’OBIETTIVO E’ STATO RAGGIUNTO. La verità
è che il benessere della scuola pubblica italiana non interessa un accidente a
questo governo, la scuola pubblica costa molto e non produce beni materiali
immediatamente visibili. Perché spendere tanti soldi per un prodotto di qualità
da dedicare a cani e porci ? Si sa già che più di tanto non ci puoi cavare
fuori, è molto più economico e redditizio, in termini di resa, sovvenzionare la
scuola privata. La scuola paritaria costa allo Stato molto di meno (perché i
docenti, unici o plurimi che siano, li pagano i genitori) e contiene già in sé
un plusvalore intrinseco perché seleziona a monte quelli che possono pagare e
che dunque hanno già in anticipo (statisticamente) i requisiti sociali
correlati al successo. Che figata! Dice quella pubblicità: ti piace vincere
facile? Punti sui cavalli migliori non puoi fallire: quelli già geneticamente
sono selezionati per vincere, hanno già incorporati tutti i fattori di
promozione sociale conosciuti, poi li foraggi con le risorse più pregiate avrai
certo dei campioni, cosa stai a disperdere quattrini su dei brocchi, per loro
basta il minimo per la sopravvivenza, un caritatevole ammaestramento sulle
regole così che non sgarrino più di tanto. Dove è lo scandalo? Non si fa così
anche con le patate al selenio, o con la vacca frisona, di selezione in
selezione? Ma ben inteso gli altri non rimangono mica digiuni, per loro ci sono
le vecchie scuole pubbliche, sobrie, dignitose, essenziali, ma ci puoi stare
dentro anche otto ore al giorno, in modo che genitori possano perfino
permettersi di andare a lavorare. Anzi, passando (attraverso multiple
associazione di idee) dai cavalli agli asini, ultimamente la scuola pubblica,
come l’asino della storia popolare, è diventata ancora più virtuosa, è stata
pazientemente addestrata a non mangiare niente, a funzionare con
finanziamenti 0 : un altro successo strepitoso di questo Ministro.
Oilà Picasso, hai finito di dire picassate?
No, ancora due scarabocchi sulla iniquità che condanna le regioni più povere,
le zone più arretrate, le scuole dove non si è mai potuto fare il tempo pieno
(perché sono piccole, sovraffollate o perché l’Ente locale non ce la fa) a
diventare sempre più povere, scarne e affamate. “Agli storpi: grucciate” dicono
qui in Toscana. Il tempo pieno si può fare solo dove c’è già il tempo pieno, il
tempo pieno alimenta sé stesso e nutre anche tutta una serie di possibilità
ulteriori. Vorrai mica scontentare le Regioni amiche ? a rischio di inimicarsi
i clienti più affezionati. In Lombardia, nel Veneto, nel Nord-Est, (ma anche
in Emilia e in Toscana) ovunque ci sia già il tempo pieno lì si possono dare
due docenti interi per classe in modo che la compresenza avvantaggi
ulteriormente quei bambini e quelle famiglie che godono già del vantaggio
principale di avercelo il tempo pieno. In Puglia, Calabria, Campania non solo
non c’è il tempo pieno ma non c’è neanche la compresenza. Come se la
compresenza (ahimè amici Gandola e Niccoli) fosse un valore e una
caratteristica preziosa solo nel tempo pieno. E in più, da per tutto,
paradossalmente, sono premiate le scuole meno virtuose, non quelle nelle quali
i docenti interni, perseguendo gli obiettivi di: a) semplificare gli orari b)
ridurre il numero di docenti nelle classi, c) risparmiare ulteriori spese allo
Stato, si sono addossati a suo tempo l’onere di insegnare la religione e l’
inglese, sottoponendosi alle obbligatorie e onerose formazioni e rinunciando
(allora ) alla compresenza. Ebbene ora vale tutto il contrario, coloro che
avevano fatto sacrifici e rinunce sono penalizzati, perché ora la compresenza
è assicurata solo se gli insegnanti interni non sono capaci, o non sono
disponibili, a insegnare l’inglese e la religione. E passi per l’inglese, c’è
scritto che prima o poi tutti dovranno imparare e insegnare l’inglese nelle
scuole elementari, il colmo è che invece non tutti possono insegnare religione,
anzi la tendenza è quella di nominare sempre più specialisti di religione
indicati dalla Curia, naturalmente pagati dallo Stato. Addirittura se una
maestra comune insegna da sempre religione nella sua classe, io dirigente, non
la posso mica mettere a insegnare religione in un’altra classe! No, solo i
professionisti specializzati possono insegnare religione in più classi. Ma sono
solo io che mi scandalizzo? Ma è quello stesso Ministro che taglia insegnati di
italiano, di storia, di matematica a far proliferare i docenti di IRC ? è
quello stesso Ministro che esalta le virtù dei tuttologi e dei jolly tutto fare
[1] ad avallare questa iperspecializzazione? Complimenti in un colpo solo sono
falliti i tre obiettivi di prima, quindi: a) complicazioni degli orari, b)
girandola di docenti diversi in classe, c) ulteriori spese per lo Stato. E in
più casini gratis di gestione per le scuole. Faccio un esempio estremo per
visualizzare la situazione: con le 36 classi della mia scuola se tutti i
docenti comuni insegnassero religione nelle loro classi, succederebbe che a
costo 0, cioè al solo costo di stipendio già previsto per i soliti docenti
interni, avrei bisogno di 0 specialisti, ma mentre prima avevo comunque la
compresenza, adesso avrei 0 ore di compresenza. Se invece nessuno dei miei
docenti comuni desse più la disponibilità a insegnare religione alla mia
scuola vengono graziosamente elargiti 3 docenti specialisti e 6 ore in più,
designati dalla Curia e pagati dallo Stato. Questi docenti riporterebbero nella
mia scuola quel tesoretto di compresenza che è stato tagliato ai docenti delle
altre materie curricolari e che rappresenta una risorsa preziosa, praticamente
indispensabile a lenire molti affanni[2] e anche a risolvere una parte di quei
problemi che lo stesso insegnamento della religione provoca. Infatti in ogni
classe ci sono sempre da 5 a 15 alunni che non si avvalgono dell’insegnamento
della religione (la mia è una scuola multietnica, ma anche se si trattasse di
un solo alunno per classe il problema sussisterebbe ugualmente) Prima, quando c’
era la compresenza dei docenti comuni, varie classi e vari docenti di classe si
mettevano d’accordo fra loro per svolgere l’insegnamento della religione nelle
stesse ore, in modo che nelle stesse ore uno dei docenti in compresenza
sviluppasse l’attività alternativa con i bambini “non avvalentisi” (come ci
fanno dire i documenti ufficiali). Ora, se non c’è l’insegnante specialista di
religione, la compresenza non c’è più, e non si sa neanche come sistemare
questi bambini. Insomma il docente di classe risparmioso, che vorrebbe, come in
passato, insegnare la religione nella sua classe, finisce per danneggiare due
volte la sua scuola, perché 1) non permette l’incremento di due ore settimanali
del fondo comune di compresenza che poi andrebbe a beneficio di chi ne ha più
bisogno ( stranieri, handicap, supplenze, aumento di 3 ore dell’orario delle
classi prime, progetti speciali, ecc.) 2) intacca il fondo comune delle
compresenze, perché per i bambini della sua classe non avvalentisi bisogna per
forza stornare due ore di quel tesoretto comune se non si vuole disperdere
queste creature alla rinfusa in classi diverse in cui non faranno alcuna
attività congruente con il loro programma. Praticamente se nella mia scuola non
richiedessi alcun docente di religione specialista il mio Istituto finirebbe
per avere una minorazione di ore equivalente a 6 docenti e mezzo! Alla faccia
del bicarbonato di sodio. E tutto perché? Perché la salvezza della Patria
dipendeva dalla eliminazione delle compresenze dei docenti curricolari nella
scuola primaria. Il risparmio sulla scuola elementare è comunque irrisorio (ora
bisognerà nominare i supplenti anche per un giorno di assenza) ma in compenso
si è stravolto un sistema che funzionava. Comunque , forse, il nostro Ministro
prende due piccioni con una fava perché gli effetti collaterali sgradevoli (
danni al servizio pubblico, danno d’immagine, perdite di posti di lavoro,
complicazioni gestionali) sono compensati da altrettanti effetti collaterali
graditi che alla lunga forse pagano di più (valorizzazione di immagine delle
scuole paritarie, gratitudine da parte del Vaticano, del Presidente del
Consiglio ecc.).
Dico io: ma perché non si lascia l’insegnamento delle Religioni alle Chiese
o alle Scuole Paritarie come in quasi tutti i paesi del mondo ?
Dice: ma sei matta? c’è l’Intesa con la CEI, mica ognuno si può fare le Leggi
come gli pare.
A no? Non basta avere la maggioranza ? Ma non mi dire!
di Gianna Valente
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